
Nel mio lavoro mi piace giocare con l’ironia e l’assurdo. Non sono un artista che segue le convenzioni e, forse, è proprio questo il mio punto di forza: l’imprevedibilità. Mi piace usare simboli familiari e immagini della cultura pop, ma trasformarli in qualcosa di inaspettato, come una canzone che ti sorprende con un cambio di ritmo improvviso o un film che ti lascia con più domande che risposte.
La mia arte improbabile non cerca di essere “alta” o di seguire regole precise. È un po’ come un esperimento che può farti sorridere o farti riflettere, ma che non lascia mai indifferente. Credo che l’arte debba spingere a guardare il mondo da una nuova prospettiva, senza prendersi troppo sul serio. Mi piace sfidare l’idea che tutto debba essere prevedibile, giocando con il paradosso, il sarcasmo e una certa dose di surrealismo.

In questo gioco tra estetica e concetto, mi ispiro a riferimenti che spaziano dalla cultura pop alla letteratura, dalla musica alla street art, creando esperienze visive che mescolano disordine e riflessione, ironia e serietà, per esprimere una verità che spesso si nasconde dietro le convenzioni sociali.